L’esordio dei Joy Division compie 40 anni

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Di esordi fulminanti nella storia della musica come Unknown Pleasures dei Joy Division se ne ricordano ben pochi. Oltre ad essere il disco più influente e importante del filone post-punk/new wave, il debutto della band britannica a 40 anni di distanza dall’uscita nei negozi risulta ancora tremendamente attuale. Ne sarà passata di acqua sotto i ponti, sia da un punto di vista strettamente musicale che storicamente parlando, ma Unknown Pleasures è sempre lì, imperturbabile al trascorrere del tempo, un buco nero in cui la gravità non esiste, ma esistono solo scure volute che ci trascinano nelle profondità più assolute della mente umana, un pericolo ma anche un formidabile percorso di catarsi a cui abbandonarsi nei momenti più bui.

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40 ANNI FA…
C’è chi, da un punto di vista prettamente politico, ha voluto leggere in Unknown Pleasures una metafora della recessione del Regno Unito della fine degli anni ’70, ma il debutto discografico di Ian Curtis e soci dipinge un malessere, anzi un mal di vivere, molto più radicato, che trascende confini ed epoche storiche. Il primo full-length della formazione originaria di Salford rappresenta anche la fiamma morente del punk, che si estingue in dieci brani, tizzoni ardenti e spettri di un’epoca che fu. Narra la leggenda che i Joy Division, che in realtà all’epoca portavano il nome di Warsaw, si siano formati nel 1976 proprio dopo un concerto dei Sex Pistols. Ma ben presto, a Ian Curtis, Peter Hook, Stephen Morris e Bernard Sumner, le sonorità e l’atteggiamento punk inizieranno a stare molto stretti.

IL DISCO
Per Unknown Pleasures, è impossibile non partire parlando della copertina, che pur ispirandosi nella realtà a una rappresentazione visiva delle onde radio, può essere vista come un simbolico sismogramma, l’emblema dei terremoti interiori di Ian Curtis, che porteranno il cantante al suicidio meno di un anno dopo, a soli 23 anni, alla vigilia del primo tour statunitense dei Joy Division.

Ma tra i principali fautori del sound di Unknown Pleasures, forse ancor più degli stessi musicisti, appare il produttore Martin Hannett, che distorce talmente tanto la proposta live dei Nostri, rendendola meno abrasiva e più spettrale, fatto che all’epoca ha provocato qualche malcontento all’interno della band stessa (soprattutto per quanto riguarda il bassista Peter Hook, che però, con il passare degli anni, ha riconosciuto il merito del producer). Grazie all’intuizione di Hannett, la voce tenebrosa e baritonale di Curtis (tanto simile a quella di uno dei suoi idoli insieme a David Bowie, ovvero Jim Morrison), il basso pulsante di Hook, la batteria minimale di Morris e la chitarra secca di Sumner, si traducono in un suono privo di orpelli e in accordi essenziali che echeggiano nel vuoto, quel vuoto esistenziale narrato nelle stesse lyrics del frontman, tanto efficaci perché come dichiarato dallo stesso Curtis, aperte ad ogni interpretazione e multidimensionali.

Oltre che, purtroppo, presagio di un destino già scritto, di un progressivo distacco dalla realtà (dovuto all’epilessia, alla depressione e ai problemi sentimentali) che avrà il più terribile degli epiloghi. L’ossessione e il nervosismo di brani come Disorder o She’s Lost Control, piuttosto che l’eco oscure del giorno abortito di New Dawn Fades, o la chiusa apatica e pressante dei sei minuti di I Remember Nothing, compongono un capolavoro in cui ogni pezzo è imprescindibile ed essenziale.

…E OGGI
La prematura scomparsa di Ian Curtis ha provocato la fine dei Joy Division. Closer, il secondo e ultimo disco della formazione, esce infatti postumo nel 1980 e immediatamente dopo, i membri sopravvissuti fondano i New Order, attivi ancora oggi, grazie al successo del loro mix tra post-punk, dance ed elettronica. Nel 2005, sia i Joy Division che i New Order vengono introdotti nella UK Music Hall Of Fame, a sottolineare un’eredità che travalica vendite e mode, e che ha ispirato e continua a esercitare tutt’oggi il suo fascino su un numero incredibile di band, quali, per citare solo gli esempi più noti, U2, The Cure, Radiohead, Nine Inch Nails, Interpol ed Editors. La figura di Ian Curtis, così enigmatica e sfuggente, ma per questo tanto affascinante, ha anche ispirato un buon numero di pellicole cinematografiche, la più famosa delle quali, Control (2007), filtra attraverso gli occhi del regista Anton Corbijn la biografia scritta dalla ex moglie del cantante.

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