Vi spiego le differenze tra Carige e Mps. Parla Bagnai (Lega)

 

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Che cosa ha detto su Carige e non solo l’economista della Lega, Alberto Bagnai, presidente della Commissione Finanze del Senato intervistato da Antonio Satta, vicedirettore di Mf, per il settimanale Milano Finanza uscito sabato scorso 

Letto il testo del decreto su Carige, oggettivamente sembra la fotocopia di quello Mps. Dove è la differenza?

Leggendo certi commenti sembra che qualcuno si chieda perché il governo non stia applicando la legge bancaria del 1936! Oggi casi come quelli di Mps e Carige sono disciplinati dalla Brrd e dalla Comunicazione della Commissione Ue dell’agosto 2013 sugli aiuti di Stato in caso di crisi bancarie. Non è quindi strano che i termini dell’intervento nei due casi siano formalmente identici. Le differenze sostanziali sono nella tempestività e nell’impatto sui cittadini. In particolare, nel caso di Carige non c’è stato alcun esproprio di risparmiatori. L’intervento di stabilizzazione dell’istituto ha tutelato i correntisti al punto da rendere l’opzione di ricapitalizzazione precauzionale, secondo i commissari, un evento del tutto residuale. Nel caso Mps fu una scelta che si rese obbligata e urgente dopo i vani tentativi di trovare una soluzione di mercato in ossequio alle sollecitazioni della Commissione.

Per Carige è meglio una fusione con qualche altra banca privata (venerdì 11 MF-Milano Finanza ha segnalato la disponibilità di Unicredit) o la ricapitalizzazione pubblica?

La strada delle fusioni, via moral suasion della Vigilanza, in passato non ha sempre avuto esiti brillanti. Occorre quindi cautela. Dobbiamo però interrogarci su quali scenari siano praticabili nell’attuale contesto normativo europeo, che insieme con altri economisti della Lega ho criticato fin da quando era in fase di elaborazione. Questo approccio è viziato da un’ipocrisia di fondo: la ricerca di soluzioni di mercato, per evitare usi opportunistici delle garanzie pubbliche, urta col fatto che quando gli istituti in crisi sono realmente sistemici l’intervento statale è inevitabile. Il problema del «too big to fail», insomma, non è risolto da queste norme e non lo si risolverà certo a colpi di fusioni.

I 5 Stelle insistono sulle nazionalizzazioni. Anche lei crede sia meglio che Mps resti pubblica e magari lo diventi anche Carige?

Non mi risulta che la nazionalizzazione sia una strada praticabile con le regole attuali. Le regole per gli amici si interpretano, ma questa maggioranza non ha ancora molti amici in Europa. Suppongo che se una grossa banca tedesca andasse in crisi si parlerebbe di nazionalizzazione senza tabù, con la citata scusa del «too big to fail», ma qui e ora questo dibattito è meramente accademico. Il punto è un altro: siamo tutti convinti della necessità di intervenire per sanare il progetto zoppo e asimmetrico di Unione Bancaria, anche a costo di porre il veto su ulteriori sviluppi disfunzionali? Credo che il tema su cui sollecitare il governo sia questo. L’asimmetria sta nel fatto di aver introdotto regole che ci proibiscono l’intervento pubblico dopo che le banche del Nord avevano risolto con soldi pubblici i loro problemi, causati perlopiù da operazioni di finanza speculativa; ricordiamo che il problema dei derivati e di altri strumenti illiquidi nei bilanci delle banche tedesche è ancora attuale. La zoppia sta nell’aver accantonato la garanzia europea sui depositi, senza la quale ogni intervento di vigilanza, come il commissariamento di Carige, rischia di scatenare una corsa agli sportelli dei correntisti.

Quanto è in salute il sistema bancario nazionale?

Come il Paese, così il suo sistema bancario ha dimostrato notevole resilienza a regole che amplificano l’impatto della crisi. Lo dimostra il rapido smaltimento delle sofferenze nell’ultimo anno. Anche qui, tuttavia, ravviso uno strabismo normativo. Da un lato l’Ue sembra voler affidare questo smaltimento a meccanismi di mercato; penso alla proposta di direttiva Com 135 sui gestori di crediti. Dall’altro introduce regolamenti penalizzanti per noi, perché forzano uno smaltimento anticipato con ovvi effetti distorsivi al ribasso sui prezzi, che rischiano di devastare i bilanci degli istituti a beneficio degli operatori specializzati. E le nostre banche hanno già sperimentato simili danni. Una volta di più le regole, piuttosto che a mettere tutti nelle stesse condizioni, sembrano volte a cristallizzare rapporti di forza. La vera domanda è quindi quanto sia finanziariamente e politicamente sostenibile un progetto costruito in questi termini.

(estratto dell’intervista pubblicata sul settimanale Milano Finanza; qui la versione integrale)

 

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