Sono le donne pastore le vere custodi della montagna. E un film ci racconta perché

 

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Maria Pia, Michela, Donatella, Rosetta, Gabriella, Caterina, Assunta, Anna, Maria, Efisia, Lucia, Marica, Elia, Alessandra, Addolorata, Rosa, Brigida, Rosina, Anne, Aste, Assunta, Michela sono le donne pastore raccontate dalla regista Anna Kauber in due anni di viaggio e di quotidianità vissuta con loro al pascolo: circa 17mila chilometri percorsi in tutta Italia e cento interviste a donne di età compresa tra i 20 e i 102 anni per dare vita al docufilm In questo mondo . Vincitore del premio Miglior documentario italiano al 36° Torino Film Festival, è stato prodotto da Laura Borrini per Solares Fondazione delle Arti ed Esmeralda Calabria per Aki Film, con il sostegno della Regione Lazio – Fondo regionale per il cinema e l’audiovisivo.

Tra poche settimane uscirà nelle sale e nell’attesa ci siamo fatti raccontare dalla regista la genesi di questa narrazione sulla pastorizia al femminile, la quotidianità di un lavoro che da sempre rientra in un immaginario patriarcale, i legami di amicizia e affetto che si sono creati, le motivazioni delle protagoniste, le difficoltà incontrate e le soddisfazioni ricavate. Il documentario è la rappresentazione di questo insolito mondo, dove l’approccio femminile implica il prendersi cura degli animali e tutelarne la straordinaria biodiversità e, insieme a questo, preservare i maestosi paesaggi italiani d’alta quota.

Partiamo dal racconto della vita di Anna Kauber che comincia come architetto d’interni, fino ai a quarantacinque anni, età n cui decide di dire basta a cemento e costruzioni e di fare invece un master biennale di paesaggismo. Una svolta a cavallo tra paesaggio, arte e architettura che riassumeva in pieno quello che per lei poteva essere una nuova strada – intima e di studio – da intraprendere. Dopo è arrivata la specializzazione in paesaggi agrari «Perché quello italiano è un paesaggio agrosilvopastorale, che mi ha offerto la possibilità di affrontare temi legati all’ambiente, al cibo, ma anche questioni di etica e politica».

Anna Kauber compirà sessant’anni in questo 2019 e il suo è un grande percorso, con un unico punto fermo: «La mia necessità è stata ad un certo punto quella di coniugare alle conoscenze tecniche un’idea artistica e in questo senso il mezzo audiovisivo mi sembrava perfetto per condensare tutte queste visioni e rispondere anche alla necessità di una restituzione pubblica».

Tante ricerche portate avanti per studio che, ad un certo punto, andavano comunicate: «Avevo l’esigenza che qualcuno vedesse quello che io reputavo del materiale su cui riflettere, così ho iniziato a fare dei video. Un incontro particolare avuto con Tonino Guerra mi ha definitivamente convinta a scegliere questo strumento. Ero da lui in Romagna per un’intervista sulla relazione tra l’arte, l’agricoltura e il cibo, c’è stata un’intesa immediata, di quelle rare tra cuori e intelletti, e fu proprio lì che mi disse di continuare a fare riprese. Sentirlo dire da lui che è sempre stato definito il poeta della civiltà contadina, sceneggiatore, amico di Fellini e Antonioni, uomo di cinema, mi ha fatto scattare dentro qualcosa, anche se ancora non credevo fino in fondo che sarebbe stato questo il mio destino. Fino ad un viaggio in India che mi ha permesso di avvicinarmi ad una esperienza di riappropriazione della terra da parte dei contadini del West Bengala che combattevano contro le multinazionali, li ho ripresi per quindici giorni stando insieme a loro».

Tornata a casa Anna pensa di raccontare queste storie di agricoltura insieme ad uno chef indiano: «In quella occasione ho proiettato anche il mio piccolo documentario a cui ho aggiunto le immagini della serata, le riflessioni, le reazioni all’assaggio di questo cibo indiano, l’ho montato e l’ho presentato ad un concorso internazionale su cibo e migrazione che ho vinto. Ecco, da questo punto in poi non ho più smesso di raccontare gli uomini e le donne che vivono a contatto con la terra, con la natura».

Tanti progetti, idee da cui partire, itinerari da costruire, sempre come battitrice libera: «Quello dell’agricoltura femminile col tempo è diventato un tema a me molto caro che ha dato inizio alla mia ricerca di genere, partendo dalla consapevolezza che la relazione tra l’elemento femminile e la terra – intesa come coltivazione, cura e trasformazione – esiste come qualcosa di molto specifico. Ho fatto le prime video interviste a donne agricoltrici, dai grani alle erbe officinali ho segnato un tragitto piuttosto articolato sia dal punto geografico che umano. E’ bello proprio per questo il mio procedere in maniera un po’ amatoriale, con la voglia di conoscere le storie in profondità, di tirar fuori racconti intimi e importanti. Completato questo progetto mi sono concentrata sulle nuove donne pastore, questione che ho seguito con interesse nonostante sembrasse lontano da me che non sono abruzzese, né alpina, né conoscono la tradizione della pastorizia, ma da parmigiana ho cominciato questa avventura».

Un viaggio in solitaria lungo tutta l’Italia – da Nord a Sud – che l’ha portata ad intervistare le donne pastore: «Le ho cercate e le ho trovate, ma avevo dei principi da ricercatrice e regista da rispettare, per cui volevo tornare a casa con delle conoscenze e con dei materiali belli, da film. Era indispensabile che queste persone mi accogliessero in casa loro, mi aprissero le porte della loro quotidianità e condividessero totalmente la loro vita. Sono stata attaccata a loro dalla mattina alla sera, li ho seguiti nei pascoli, nella stalla, in cucina. Erano le mie uniche condizioni, ho conosciuto madri, figlie, mogli, nonne e quella memoria pastorale di cui sono le ultime testimoni. Il viaggio è iniziato nel 2015 e non mi sono più fermata».

Anna partiva con la sua auto gialla a metano, carica di tutta la strumentazione, il cavalletto, le sue valigie, le scarpe da trekking e andava a scoprire le sue pastore. In ogni territorio si sono aperte nuove relazioni e nuove storie, fino alla conclusione delle riprese nel 2017. E’ stata in Campania, nel Cilento e in Provincia di Benevento: «Non ho toccato l’Irpinia perché nella vostra provincia non ho trovato donne pastore. Geograficamente ho attraversato tutte le regioni, in Liguria ad esempio non ce ne sono, però va detto che non ho mappato tutte le esperienze, sono riuscita ad entrare in contatto con un centinaio di pastore».

Come sono le donne pastore, è quello che più volevamo che Anna ci raccontasse: «Alla pastorizia arrivano da tante provenienze diverse, ci sono quelle che vengono da un percorso di laurea, alcune prima erano ingegnere, filosofe, matematiche, scienziate naturaliste che verso i quarant’anni hanno deciso di colmare un bisogno, di risolvere in qualche modo una mancanza di contatto con la natura. Tornare in montagna per loro ha significato tornare alle comunità piccole, a rapporti migliori, più autentici e densi. Sono tutte scelte molto consapevoli, fatte e mantenute con una determinazione e una gioia fortissima. Ma ci sono anche le pastore per tradizione di famiglia, perché l’impegno nella pastorizia era quello dei loro genitori, hanno mantenuto un legame con quel mondo, non lo hanno rinnegato e hanno scelto anche loro di restare in montagna. Nessuna di queste donne è stata obbligata, hanno avuto altre chance, vissuto altre vite, ma sono rimaste per una volontà precisa».

E se c’è una speranza di futuro per le aree interne, sta proprio nel lavoro di custodia di queste donne pastore, testimoni della montagna, argine allo spopolamento: «Parlando con loro abbiamo preso coscienza di come questo mestiere appartenga al mondo femminile, proprio da interpretare in un senso di cura per i figli, per la casa, per gli animali e i pascoli. Restare in montagna si lega all’idea di un futuro migliore da garantire soprattutto alla famiglia, è una questione che ha a che fare con la genitorialità femminile. Ho visto interi paesi vuoti durante il mio viaggio, la lotta delle donne pastore è una lotta da supportare perché interessa anche noi, la tutela della montagna, i danni ambientali e idrogeologici passano per l’abbandono e il dissesto di cui vediamo le conseguenze».

Diciassette regioni in tre anni, per Anna Kauber – donna e regista – è stato questo il periodo più bello della sua vita: «Un modo di riconoscersi, uno scambio, una messa in gioco reciproca ogni volta ritrovata e miracolosamente ripetuta con tutte, a prescindere dai background, dagli idiomi che molto spesso faticavo a capire, dall’età. Sono cambiata e molto spesso in questo docufilm ho narrato me stessa, non è mai stata una rapina di storie, è stata una vera relazione empatica, reciproca e immediatamente riconosciuta, da donna a donna, da essere umano a essere umano. Verso le donne pastore ho un debito di riconoscenza, mantengo contatti con tutte, mi hanno fatto sentire la malinconia del distacco e nel film si percepisce fortissima questa sensazione. La bellezza, la gioiosità di quello che abbiamo vissuto si trasforma in una velata tristezza e forse emerge anche la consapevolezza di quello che ci perdiamo, i paesaggi spalancati, l’aria frizzante e pulita, il ciclo delle stagioni e dunque della vita. Le donne pastore hanno una capacità di essere qui e ora impressionante, questa esperienza morbida nella natura, attraverso i pascoli, senza modificare il territorio, prendendo solo quello che c’è, mi ha portata fuori dalla mia dimensione cittadina e mi ha riconnessa col mondo».

 

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