Faccia a faccia col passato

 

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Viviamo nell’epoca dei social e degli influencer, in cui – come scrive Sebastiano Caputo in Mezzaluna Sciita – anche le guerre si combattono a colpi di hashtag. Tutte le storie (anche e soprattutto le più inutili) possono essere raccontate, descritte e a volte vomitate sulle bacheche virtuali. Non serve stare assieme per condividere le proprie esperienze, basta una connessione ad internet. Queste parole sono banali per chi, la maggior parte di noi, le incarna nella quotidianità.

Troppo spesso, però, ci si dimentica di una parte della popolazione che non prende parte a questo immaginario. Tra di loro c’è chi, da persona comune, ha una vita intensa da raccontare, ma non si è mai preoccupato di farlo. Ha vissuto per se stesso e i suoi cari, non per i likes. Uno di questi è Arnaldo Cucuzza, detto Nando, classe ’39. Nando è nato e cresciuto a Velletri (Castelli Romani) dove vive con sua moglie Graziella. Con mio padre Vincenzo, li siamo andati a trovare questa domenica nella loro casa, in cui, come tante altre volte, ci hanno ospitato. Dopo l’abbondante pranzo, ci siamo intrattenuti in una lunga chiacchierata, che abbiamo deciso di registrare. Nando parla istintivamente, sbaglia qualche verbo, ma il suo è un racconto autentico, a tratti emozionante. Anche per questo, nella trascrizione, si è deciso di lasciare immutate alcune frasi in dialetto.

Il nonno di Nando

Caro Nando, ci descrivi il contesto della tua infanzia?

Durante la guerra sono cresciuto in mezzo alle bombe, alla povertà, con mia madre, mia nonna e i miei zii. Mangiavamo la notte al buio, perché se vedevano la luce ci potevano bombardare. Stavamo in campagna, ma avevamo casa anche in montagna. Facevamo su e giù. Lavoravano la terra e io andavo con loro. Mio padre l’ho conosciuto a cinque anni, perché ha fatto il soldato. Quando è arrivato non sapevo chi era: chi è papà? – mi chiedevano – papà è quello, dissi. Mi alzò in aria, questo ricordo.  

Nel ’45 la guerra finisce e conosci per la priva volta la pace. Come hai reagito a questo nuovo mondo?

Si te ce metti a pensà rimani un po’, come te posso risponne, sconvolto. Prima non c’era pane, carne, si mangiava tutta roba poverissima, tipo i taccarelli di farinola (filoncini impastati, infornati, che appena tirati fuori dal forno si sbriciolavano): più povero di quello se more. Andando avanti, grazie ai sacrifici dei genitori, la situazione è migliorata. Si lavorava otto ore al giorno nei vigneti. Che c’era de meglio? A mio padre veniva spesso la bronchite asmatica, non poteva lavorare per dei periodi. Io stavo attento a mio nonno, che non ci stava più con la testa, ma non si lamentava mai: una volta è cascato e si è rotto un osso, ma non ha detto niente. A sette anni ho abitato in una capanna, perché mio padre lavorava ai Pratoni del Vivaro in un’azienda di legname. È là che ho mangiato il pane per la prima volta.

Nando a quattro anni

Del resto, dimentichiamo facilmente che in quegli anni le capanne erano una realtà diffusa in diverse zone della provincia romana. In questa situazione, riuscivi a frequentare la scuola?

Ho iniziato ad andarci verso i sette-otto anni, quando sono tornato a vivere a Velletri. La scuola stava in una casa privata, in un tinelletto, poi ci siamo spostati in un fabbricato, adibito a quella funzione per necessità, che nel tempo è diventato una scuola vera e propria (ancora in attività). Mi hanno bocciato in quarta elementare, ma ho fatto per scelta tre anni di quinta.

In che senso per scelta?

Nelle zone di campagna non c’erano le scuole successive e non potevo farmi sei-sette chilometri a piedi ogni giorno per andare in città. Così che potevi fare con gli amici? Mica c’erano i cinema (ride). Andavi alle scuole serali, per imparare qualcosa. L’ho fatto per due-tre anni. In questo periodo, quando stavo a casa, mi occupavo di mia sorella e di mio fratello più piccolo. La sera, con un po’ di gente, giocavamo scalzi in mezzo alla campagna con un pallone di stracci cuciti. Una volta mi sono fatto male e mio padre mi ha detto: «sta’ zitto che sennò te pii pure le altre», era questa la mentalità. Mentre giocavamo tra di noi semo fatto pure a cazzotti eh. Lo fanno i ragazzi di oggi, pensa te prima. Fatto sta che co’ quelle persone semo diventati migliori amici.

Quando e come ti ritrovi nel mondo del lavoro?

A 15 anni finisco scuola. Inizio a lavorare i campi di casa. A 17 anni, da giovinottello, annavvo a zappà ‘a vigna degli altri. Eravamo divisi in squadre, io stavo con i miei cugini. L’ho fatto per due anni, già da minorenne (prima diventavi maggiorenne a 21 anni) andavo in cantiere a Roma, non in regola ovviamente. Partivo con l’autobus e stavo fuori tutto il giorno. Poi ho iniziato a prendere il treno. Partivo alle 5:15 la mattina, con la prima corsa. In un’oretta stavo a Roma. Sono ventidue anni che non prendo il treno, ma non mi sembra sia cambiato molto. Normalmente tornavo a casa per le 18:30, ma a volte, a causa di soppressioni o ritardi, anche alle otto e mezza-nove.  

Nando da militare ad Alessandria nel 1961

Com’è stato il passaggio dalla campagna alla metropoli?

All’inizio era triste perché non c’ero mai annato a Roma. Arrivavo alla stazione Termini e mi chiedevo: e do’ devo annà adesso? Poi mi sono abituato. Ero concentrato su me stesso, non mi interessava ciò che succedeva intorno: pensavo a portà da magnà a casa pure io. Fino a che non sono andato in pensione lavoravo a Roma e poi la terra. Praticamente, il giorno andavo a Roma, poi tornavo. L’Inverno rientravo quando era già buio, ma in Estate mi mettevo a lavorare la terra: mi facevo dare un bicchiere d’acqua e mi mettevo a zappare. D’inverno il sabato e la domenica mi dedicavo ai campi di mio zio e mio suocero.

Per qualche anno ho abitato al centro di Velletri, perché, con Graziella, non potevamo più stare dai nostri genitori. Non andavo mai in giro, tranne che per andare a lavorare. La sera sono uscito una volta in quattro anni. Ci siamo spostati nel ’67, poi sono nati i figli (Sabrina ed Emanuele). Coi sacrifici, abbiamo costruito la casa in campagna, in cui abitiamo ancora oggi. Tutta la famiglia mi ha aiutato e i muratori erano alcuni miei colleghi di Roma, a cui pagavo la giornata o offrivo da bere e mangiare. Della città, quindi, non mi sono vissuto niente, anche perché il fine settimana andavamo in campagna dai nostri genitori. Mangiavamo assieme, ma soprattutto lavoravamo la terra.  

Qui interviene Graziella:

Lui ha fatto 35 anni ad andare a lavorare a Roma, io ho fatto 35 anni ad alzarmi alle quattro di mattina. Lo svegliavo, gli preparavo la colazione e il pranzo. Poi stavo a casa, occupandomi dei figli. Intorno il mondo cambiava velocemente, ma a questo cambiamento ci si è adeguati senza nemmeno comprenderlo o pensarci troppo.


Nando ribadisce come quando è arrivato nel terreno della sua casa non c’era nulla intorno, a parte la terra. L’intervista diviene sempre più dialogica, perché parlare di queste cose significa necessariamente ragionarci assieme. Vincenzo interviene interrogandosi sul mutamento della casa (da semplice rifugio a spazio confortevole), chiamando in causa sua nonna Angelina: la sua casa è rimasta integra, un rifugio, fino a che non è stata demolita sul finire degli anni Ottanta. Nando e Graziella fanno riferimento a scene della loro infanzia, dove dentro alle case (capanne) non c’era il cemento per terra, si stava scalzi sulla terra. Si parla di settanta anni fa, non di duecento.

Prima c’era la vigna Vincédice Nando – che arrivava fino al margine della casa. Il confine era segnato dal Pergolato, un prolungamento della casa dove si può anche riposare, ricorda Vincenzo. Prima tagliare una vite era inammissibile, le piante erano sacre perché per Graziella: ce se campea (viveva) coa vigna. Conclude Vincenzo: oggi Velletri viene ragionata con città, ma prima era la campagna il fulcro della vita. I terreni sono stati frazionati più volte da padre in figli, con l’idea che si continuasse a costruire. Poi questo sistema si è fermato, perché i figli si sono spostati e le case sono rimaste vuote.

Graziella da giovane

Riprendendo le fila della tua vita, quando hai smesso di lavorare?

Sono andato in pensione nel ’98, ma poi ho continuato a lavorare comunque, forse anche di più, perché negli ultimi vent’anni di cantiere alla fin fine guidavo la gru. Mi sono ridedicato alla vigna a tempo pieno, come quando ero ragazzino, anche nelle case di amici. Adesso è un annetto che mi dedico soltanto alla mia casa. Lavoro la terra (qualche pianta da frutto, un orticello), la vigna l’ho levata. Fino a dieci anni fa, non sarei stato qua a chiacchierare. Adesso mi trastullo con voi a parlare (ride) perché non gliela faccio più a fare dell’altro.

Di questi ottant’anni rimpiangi qualcosa?

Sinceramente non mi rammarico di nulla. Ho lavorato tanto, in campagna e in città. Ci sono state fasi della vita in cui non avevo una lira, eppure sono andato avanti, per me stesso e per chi ho avuto intorno. Tiravo avanti, aiutato anche dalla mia famiglia, mi sono concesso il vizio delle sigarette e mi sono sempre tenuto cinquecentomilalire da parte per le emergenze. Ho fatto il mio sacrificio col cuore, so’ sincero a dillo.

Nell’epoca del benessere e della depressione generalizzata, soprattutto tra i giovani, queste sono parole particolarmente significative. Tu perché pensi – mi domanda Nando – che c’è questa situazione di malessere? La capacità di sacrificarsi manca troppo in questa società. Le terre, occupate nel dopoguerra, si stanno risvuotando velocemente. Una volta si facevano cinque, sei, sette figli a famiglia, oggi c’è troppa paura.

Nando e Graziella oggi

L’articolo Faccia a faccia col passato proviene da L' Intellettuale Dissidente.

 

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