Vi spiego cosa celano le diversità di vedute fra Mef, Bankitalia e Istat su spread e spesa per interessi

 

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Il commento di Gianfranco Polillo, già sottosegretario all’Economia

 

Risposta un po’ piccata da parte dell’Istat a proposito della maggior spesa per interessi. Con uno specifico comunicato stampa – fatto insolito – l’Istituto di statistica precisa che la loro maggiore spesa nel terzo trimestre del 2018, rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente (1,727 miliardi), non è il frutto avvelenato degli aumenti dello spread. Ma è dovuto – così si legge – “sostanzialmente alla salita dell’inflazione nei mesi estivi del 2018 rispetto ai corrispondenti mesi del 2017“.

Più in particolare: “L’impatto del rialzo dell’inflazione sugli interessi maturati per i BTP indicizzati spiega quasi integralmente l’aumento complessivo, su base tendenziale, della spesa per interessi delle Amministrazioni Pubbliche: 1,6 miliardi sul totale di 1,7.” Assoluzione quasi piena per la “manovra del popolo”. Ma è proprio così?

Da un punto di vista contabile, l’Istat ha ragione. In termini di competenza, la maggior spesa per interessi si ripartisce lungo tutto il periodo della durata dei titoli sottostanti. Attualizzarne i valori, per cercare di capire quanto saranno costati i vani tentativi esperiti, nel tentativo di accrescere il deficit di bilancio, è solo un dato spurio rispetto alle regole SEC. Ma questo non significa che quei calcoli non siano meno significativi.

La Banca d’Italia, nel corso dell’audizione sulla Nota di aggiornamento al Def, aveva indicato in 1,5 miliardi per l’anno in corso, 5 miliardi per il 2019 e 9 miliardi per il 2020, il possibile aumento della spesa per interessi dovuta ai maggiori spread. Somme da aggiungere, a partire dal 2020, alle risorse da reperire per evitare l’aumento dell’IVA e delle accise. Per un totale complessivo di oltre 32 miliardi. Un salasso di immane proporzione.

Se quindi le maggiori spese per interessi, secondo il comunicato ISTAT, non si riferiscono a questi costi aggiuntivi, ma solo al maggior traino dell’inflazione, a fine anno, non potremmo far altro che constatare che le valutazioni di Banca d’Italia erano più che ottimistiche. In quanto riferite solo alle dinamiche finanziarie. Ne consegue che, alla fine, la maggiore spesa per interessi dovrebbe andare oltre 3 miliardi, solo nel 2018. A prescindere da come saranno contabilizzati.

Cacciato dalla porta il giudizio negativo sui contenuti della “manovra del popolo”, rientra dalla finestra. Con un ulteriore aggravante. L’impressione è che vi sia una sorta di regia occulta per mascherare la realtà delle cose, nel segno del tirare a campare. Nel nuovo quadro economico-finanziario, tratteggiato dal Mef, dopo l’approvazione della legge di bilancio, si ipotizza che la spesa per interessi rimanga costante: pari al 3,7 per cento del Pil, tanto nel 2018 che nel 2019. Per poi salire dello 0,1 per cento nei due esercizi successivi. È realistica una simile previsione?

In una precedente tabella (Tavola II) il tasso di interesse a breve era previsto in crescita: dallo 0,08 all’1,06 per cento, più di dieci volte tanto. Mentre per i tassi a lungo termine si passerebbe dal 2,58 al 3,66 per cento (più 40 per cento). I titoli da rinnovare ammonteranno, nel 2019, a circa 400 miliardi. Come queste divergenti tendenze siano conciliabili, resta uno dei tanti misteri gloriosi. A ciò si aggiunga che l’aumento degli interessi porterà a perdite di capitale per i possessori dei vecchi titoli non rinnovati. Insomma una realtà ben diversa dalle rassicuranti proiezioni governative. Si dirà che si è abituati a ben altro. Ma proprio questo è il dramma che il Paese sta vivendo.

 

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