Nell’Antica Roma, 13 Gennaio: Giove Statore, colui che dà agli eserciti la forza di resistere

 

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Nell’Antica Roma, 13 Gennaio: Giove Statore, colui che dà agli eserciti la forza di resistere

 

I Romani consacrarono l’albero del Noce a Giove, albero forte che “resisteva” come facevano gli eserciti romani che si appellavano alla fermezza del Padre degli Dei

 

di Daniele Vanni          

 

13 gennaio, festeggiamenti in onore di Giove Statore

 

Stator (“che tiene fermo, che ferma”)

Nel culto degli antichi Romani, epiteto con cui era invocato Giove come colui che dà agli eserciti la forza di resistere.

I Romani consacrarono l’albero del Nocea Giove: infatti il suo nome scientifico “Juglans regia”, utilizzato ancora oggi, deriva dalla contrazione dell’espressione latina “Iovis glans” (ghianda di Giove)e dall’epiteto specifico “regia” che ne sottolinea l’importanza.

Il più antico tempio di Giove Statore (l’attributo Stator significa “fermante”, in relazione alla leggenda secondo cui Giove, invocato da Romolo nel corso della battaglia del lago Curzio, fermò i Romani che stavano fuggendo di fronte ai Sabini) era situato nell’area del Foro Romano.

Il tempio venne fondato, secondo la tradizione, da Romolo dopo la battaglia nell’area del foro contro i Sabini attorno al 750 a.C., dopo il famoso ratto delle sabine.

Durante la battaglia i romani vennero costretti a ritirarsi verso il Campidoglio, risalendo la Via Sacra. Giunti all’altezza di Porta Mugonia Romolo pregò Giove, facendo voto di costruire un tempio nel caso in cui fosse riuscito a fermare l’avanzata sabina. I Romani riuscirono a resistere e a difendere la propria città sconfiggendo i Sabini.

In quel luogo, Romolo fondò il tempio, probabilmente vicino o appena fuori da Porta Mugonia.

Il santuario doveva assomigliare, più che ad un edificio templare, ad un altare circondato da un basso muro o da uno steccato.

Recentissimi scavi, fanno pensare che il primigenio tempio fosse sul Palatino, proprio vicino alla “casa” di Romolo. Da qui, molto probabilmente si spostò verso la collina Velia, nel Foro, poi spianata dalla sciagurata costruzione dei Fori Imperiali, da chi un impero non ebbe mai!!

Si doveva trovare subito all’esterno del “muro di Romolo”: era quindi un “culto terminale” (terminus sta per confine) quindi propedeutico alla difesa estrema della città primigenia. Vicino appunto alla Porta Mugonia.

La Porta Mugonia era una delle tre o quattro porte, (le altre erano la Porta Romana o Romanula,verso il Velabro e verso la Fonte Giuturna, quindi volta a nord, quella in cima alla Scacla Caci, sopra il Lupercale, volta ad ovest, e la Mugonia , in faccia alla Velia, oggi su Via dei Fori Imperiali, verso est e verso la quale si precipitarono i Romani dopo aver preso le Sabine nel loro campo sul Quirinale) che si aprivano nella cinta muraria della Roma quadrata romulea.

Era indicata anche come Vetus Porta Palatii o con le varianti Mugionis, Mugionia, Mucionis.

Doveva sorgere sul lato settentrionale del Palatino, lungo il percorso del successivo Clivus Palatinus, forse in prossimità dell’intersezione di questo con la Via Nova e dell’Arco di Tito, nel punto in cui Velia e Palatino si incontravano.

Nei pressi sorgeva anche il tempio di Giove Statore.

Di essa non si conserva nulla.

Secondo Varrone, il nome della porta deriva dal muggito delle vacche,mentre secondo Festo deriva da un certo Mugio che era incaricato della sua difesa.

L’ipotesi di Varrone è confermata da Dionisio, che ne ricorda il nome nella forma Μυκωνιδες πυλαι, dal verbo μυκαω = muggire.

E probabilmente il santuario, più che un vero e proprio tempio, doveva essere una specie di altare circondato da un basso muro o da uno steccato, per dirla in breve un Aedes, come usava in epoca arcaica.

Il Tempio di Giove Statore, posto all’esterno del cosiddetto «muro di Romolo», era anche connesso al culto «terminale», cioè connesso al «terminus», al confine del Palatino e alle sue difese.

È stato trovato un altare in blocchi di tufo, che sembra essere stato in funzione tra il VI ed il III secolo a.C.

In fosse disposte presso l’altare, sono stati rinvenuti materiali votivi, tra cui anche un vaso miniaturizzato a vernice nera ed un ‘oscillum’ (un oggetto di forma circolare, che si usava appendere agli alberi, in segno d’offerta).

L’area sacra in seguito fu monumentalizzata: su fondamenta in‘opus caementicium’ (calce, sabbia, pietre e cocci) fu creato un piccolo, ma prezioso, edificio, con muri composti da mattoni squadrati di tufo.

Al tempio di questa fase forse si riferiva Ovidio, quando scrive del tempio di Giove Statore al Palatino: la fase compresa tra gli anni 125 e 100 a.C. Fino ad oggi non se ne aveva notizia alcuna.

 

L’ULTIMA DOMUS DI GIULIO CESARE

Ma c’è un’altra strabiliante scoperta, perché a ridosso dell’area sacra antistante la porta Mugonia sono stati trovati anche i resti di una prestigiosa dimora di età sillana (costruita fra il II e il I sec. ac.) che potrebbe essere stata l’ultima casa di Cesare nel 45-44 a.c.

Una domus dall’atrium ridotto, ma con una grande sala di rappresentanza (tablinum) dotata di un sistema di chiusura per proteggere, con tutta probabilità, gli archivi di famiglia. Sarebbe questa la casa costruita con denaro pubblico in cui Cesare avrebbe trascorso gli ultimi giorni di vita, prima di essere assassinato alle Idi di marzo del 44 a. c.

Successivamente, in età tardo-antica, nel IV secolo d.C., fu innalzato un nuovo tempio di Giove Statore lungo la Via Sacra, oggi detto «di Romolo», quello visibile a tutti presso la Basilica di Massenzio.

I resti rinvenuti vicino alla porta Mugonia sarebbero, infatti, quelli del leggendario “tempio” (in realtà un’area sacra all’aperto) in cui Iuppiter Stator – “colui che ferma”, in latino – veniva adorato fin dai tempi di Romolo per aver bloccato la ritirata dei Romani impedendo ai Sabini, certo assai arrabbiati dopo il ratto, di entrare nella Roma Quadrata!

Nel 294 a.C., Marco Attilio Regolo fece un voto in una situazione simile, quando i romani stavano perdendo contro i Sanniti. Miracolosamente riuscirono ad accerchiarli e a sconfiggere i nemici. Il tempio venne ricostruito probabilmente in stile ionico al posto dell’antico santuario. Il tempio venne scelto come luogo in cui riunirsi per ascoltare la celebre orazione di Marco Tullio Cicerone contro Catilina l’8 novembre del 63 a.C.

L’edificio andò a fuoco nel Grande incendio di Roma durante il regno di Nerone nel luglio del 64.

Poiché il sito della Porta è sconosciuto, l’ubicazione del tempio non si può determinare con certezza. Le fonti scritte forniscono alcuni indizi, come la posizione vicina o appena fuori la Porta, verso la fine della Via Sacra o sul Palatino, il sito della casa di Romolo.

La teoria a lungo più accreditata è che il tempio fosse situato appena oltre l’arco di Tito, sul pendio del colle Palatino.

Nel 1827 infatti, è stata demolita una torre medievale costruita nell’area del foro, lasciando visibili le fondamenta di un antico edificio, le quali furono identificate come i resti del tempio di Giove Statore.

Altri posizionano invece il tempio tra il tempio di Antonino e Faustina e la basilica di Massenzio, dove sorge il tempio del Divo Romolo.

E’ dato per certo che il tempio sorse sulla Via Sacra (sul lato destro secondo i Cataloghi regionari), così come il tempio del Divo Romolo, che quindi, andrebbe identificato proprio con il tempio di Giove Statore.

Studi recenti hanno dimostrato la datazione all’epoca della dinastia dei Severi (inizi III secolo) del basamento della costruzione vicina all’arco di Tito.

L’altro tempio di Giove Statore del II sec. a.C. era al Campo Marzio, insieme al tempio di Giunone Regina racchiuso dalla Porticus Metelli, e fu più tardi ricostruito da Augusto, che ne preservò il perimetro e le fondazioni, ufficialmente a nome della sorella Ottavia, assumendo il nome di Porticus Octaviae.

In seguito, il porticato fu rimaneggiato sotto Settimio Severo.

L’attributo Stator significa “colui che ferma” e si ricollega alla costruzione dell’altro tempio in onore di Giove Statore, situato nel Foro Romano.

L’edificio venne commissionato da Quinto Cecilio Metello Macedonico, dopo il trionfo conseguito nel 146 a.C. ed edificato l’anno dopo. Altri nomi che assunse nel corso dei secoli furono aedes Iovis Metellina e aedes Metelli, per via del cognome del suo commissionatore e del portico in cui era racchiuso.

Fu realizzato dall’architetto di origine greca Ermodoro di Salamina.

La costruzione sorgeva nelle vicinanze del circo Flaminio, dove ora sorge la chiesa di Santa Maria in Campitelli. Il tempio di Giunone Regina era invece situato ad ovest, al lato opposto di via della Tribuna di Campitelli.

Velleio Patercolo tace riguardo alla possibilità che il tempo di Giunone sia stato eretto anch’esso per volere di Metello: è invece sicuro che il tempio di Giove Statore fu il primo edificio templare costruito completamente in marmo.

Questa affermazione probabilmente vale per entrambe le strutture.

Davanti al tempio Metello posizionò la statue equestri realizzate da Lisippo raffiguranti i generali di Alessandro Magno (evidenti allusioni allo stesso Augusto), ed è noto che al suo interno vi fossero famose opere d’arte.

 

Struttura

Il vecchio tempio del II secolo a.C. aveva uno schema periptero di tipo greco, ossia era circondato da una peristasi di colonne sui quattro lati (in questo caso dodici sul lato lungo, sei sul lato corto, con colonne sul lato posteriore).

Lo spazio tra una colonna e l’altra era uguale a quello che le distanziava dalla cella. Si era trattato del primo tempio periptero della romanità, interamente in marmo, ritenuto da Vitruvio un modello nel suo genere. Anche la statua della divinità, come quella di Giunone, era opera di scultori greci, Policle e Dioniso.

Un magnifico frammento di capitello ionico conservato ora nella basilica di San Lorenzo fuori le mura si ritiene che sia l’unico elemento rimasto del tempio repubblicano.

 

Rifacimento augusteo

Il tempio rifatto da Augusto (tra il 33 e il 23 a.C.), completamente diverso per pianta e alzato, era sempre esastilo ma sine postìcum (ovvera senza colonnato lungo la parte posteriore), come si evince dalla Forma Urbis. Poiché non vi erano iscrizioni sui templi e c’erano invece evidenti rappresentazioni di una lucertola e di un rospo, qualcuno ha ricollegato a questa caratteristica l’etimologia dei nomi degli architetti spartani Sauro e Batraco, che secondo Plinio il Vecchio realizzarono il tempio e quello di Giunone Regina.

Sempre secondo la stessa leggenda, dal momento che le decorazioni dei due templi sarebbero state confuse, le statue votive delle due divinità si riteneva fossero state collocate nelle celle sbagliate da parte degli operai del cantiere.

 

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