Tav, Trivelle, legalizzazione cannabis, autonomie, nomine: quello di M5S-Lega è sempre più un regime di ‘tensione costante’

 

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I tempi delle decisioni sulla Tav si allungano e gli alleati di governo si sfidano. Alla vigilia di una piazza, quella torinese del ‘sì’ all’opera, a cui prenderà parte anche la Lega, la crepa sulla Torino-Lione c’è, e si vede, nonostante i gialloverdi cerchino di negare frizioni e divisioni. Tocca al ministro per le Infrastrutture, Danilo Toninelli, ricordare il contratto di governo all’alleato del Carroccio: “C’è scritto di ridiscutere integralmente l’opera, è quello che stiamo facendo”, dichiara, ricevendo l’immediata risposta del vicepremier leghista, Matteo Salvini. “Nessuno pretende che il progetto non si tocchi, però io voglio un’Italia del sì che vada avanti e non che torni indietro”, ribatte. Toninelli intanto prende tempo. L’analisi costi-benefici, di cui la Commissione incaricata ha consegnato mercoledì una “bozza” preliminare, arriverà completa a fine gennaio: solo allora si potrà dare una risposta definitiva. Il giudizio dei tecnici è comunque già netto e, senza sorpresa data l’inclinazione prevalentemente No Tav degli esperti, prevede una bocciatura all’opera. Manca solo la parte giuridica, quella cioè che stimerà quanto costerebbe un eventuale stop. La prossima settimana il ministro incontrerà Marco Ponti, alla guida della commissione di valutazione, che ha più volte ribadito come la decisione dovrà comunque essere politica: “Non si possono però, eticamente, non fare i conti – spiega il professore – sono uno strumento di trasparenza democratica, e io divento pro Tav domani se i conti, secondo la mia professionalità, dicono che è utile alla collettività. In questi anni ho sempre basato le mie opinioni solo sui conti”. D’altro canto, per ogni mese di ritardo nel far partire gli appalti, Paolo Foietta, commissario di governo per l’opera, alla guida dell’Osservatorio sulla Torino-Lione (scaduto a fine anno) aveva calcolato un danno di 75 milioni di euro. Al netto di numeri e dati, in attesa di una decisione che sembra ritardata a dopo le europee, come accusato dalle opposizioni, è la piazza torinese a creare imbarazzo tra gli alleati: a protestare insieme a 100 sindaci, imprenditori e governatori delle regioni del Nord ci sarà anche la Lega, da sempre favorevole alla Tav. “Mi fa sorridere il fatto che vada in piazza un alleato che ha sottoscritto un contratto di governo”, ironizza la sindaca di Torino, Chiara Appendino. “Abbiamo sempre con coerenza sostenuto la nostra tesi, e poi un sorriso allunga la vita”, ribatte Salvini che lancia un avvertimento ai colleghi 5 Stelle: o il ‘no’ all’opera sarà ben motivato o si andrà al referendum in caso di bocciatura. Uno strumento che allungherebbe di fatto ancora i tempi di una decisione, con il Movimento 5 Stelle che ha costruito gran parte del suo consenso sulla contrarietà alle grandi opere, e il Carroccio che il consenso rischia di perderlo proprio nel Nord produttivo che sarà in piazza a Torino. Gli stessi governatori di Lombardia, Attilio Fontana, e del Veneto, Luca Zaia, hanno aperto all’eventualità di una consultazione popolare sulla Tav lanciata dal presidente piemontese Sergio Chiamparino: lo stesso che, presente alla mobilitazione del Sì, non perde tempo per strigliare i leghisti. “Bene se saranno in piazza ma si assumano la responsabilità di prendere una decisione – attacca – chi è al governo deve sciogliere ogni dubbio e dire un sì o un no chiaro”. Nel braccio di ferro gialloverde il ruolo di mediatore tocca ancora una volta al premier Giuseppe Conte secondo cui non sarà un problema se la Lega andrà a manifestare tanto, annuncia, “tutto il governo si esprimerà presto”.

Legalizzazione della cannabis, trivelle, nomine: ecco gli altri punti di frizione

“Facciano un governo con qualcun altro…”. Sbotta così Gianmarco Centinaio. Il ministro parla di cannabis, che il M5s vorrebbe legalizzare e la Lega no. Perché ufficialmente tutti smentiscono che il governo possa cadere. Non prima delle europee. E neanche dopo, assicura Matteo Salvini: “Non ci saranno elezioni anticipate in base ai sondaggi”. “Non c’è volontà di strappare: ognuno porta avanti le sue istanze”, gli fa eco Luigi Di Maio, in uno schema comunicativo ormai collaudato. Ma fuori e dentro il contratto di governo spuntano ogni giorno nuove crepe e le scelte vengono rinviate. Non solo il decreto su reddito e pensioni, che Giuseppe Conte definisce un “manifesto politico”, ma su cui M5s e Lega trattano comma su comma. Continua a slittare anche la nomina alla guida della Consob. Di Maio assicura che il nome di Marcello Minenna, ex assessore della Raggi e candidato M5s, è condiviso “dai due partiti”. I parlamentari pentastellati diramano ormai comunicati ogni giorno per chiedere che “si proceda per la nomina”. Ma che in Cdm l’esito sia quello neanche il leader M5s lo dà per scontato. Su Minenna, che ha un curriculum in Consob, pesano i dubbi del Quirinale, che sarebbero anche di Bankitalia e Consob. Le riserve riguardano non la persona, ma il suo profilo di indipendenza. Anche se il presidente Sergio Mattarella, cui spetta la firma della nomina, compirà una valutazione quando un nome sarà formalmente ufficializzato dal governo. L’obiettivo sarebbe quello di chiudere la prossima settimana. E in ambienti del ministero dell’Economia starebbero crescendo le quotazioni di Donato Masciandaro, docente della Bocconi, come un altro possibile candidato, Carlo Maria Pinardi. Ma Giovanni Tria, che lunedì dovrebbe avere al Quirinale un colloquio col capo dello Stato, non si è mai espresso pubblicamente sui nomi. La partita Consob – che va in parallelo al dossier della nuova governance dell’Inps – minaccia di portare nuove tensioni nell’esecutivo.

La Lega spera nella vittoria alle prossime elezioni per alzare il potere contrattuale con M5S

Ma è a un regime di ‘tensione costante’ che si navigherà probabilmente da qui alle europee. Dalla Tav fino alle trivelle, i due partiti – avversari nelle urne – marcheranno sempre più, ogni giorno, la loro identità. Guardando al conteggio dei voti. Perché, come spiega il capogruppo leghista Riccardo Molinari all’Huffington Post, una crescita della Lega darebbe “più forza” al partito “anche all’interno della trattativa nel governo”. E naturalmente M5s, primo partito alle politiche, punta a non perdere terreno. Cosa accadrà dopo, difficile dire. Ogni scenario è aperto, dal rimpasto a una revisione del “contratto” o addirittura alla crisi. I leader smentiscono. Ma il banco, spiega qualche salviniano, potrebbe saltare su temi come l’autonomia. Unico freno, sono gli effetti imprevedibili della crisi: dopo nuove consultazioni, potrebbe arrivare non il voto ma un governo M5s-Pd o di centrodestra. Alla “prova” di una maggioranza alternativa potrebbe assistersi in occasione di un voto su un tema divisivo come la cannabis. In commissione alla Camera si voterà nelle prossime settimane sulle proposte opposte, in relazione al proliferare dei “cannabis shop”, delle deputate M5s Silvia Benedetti e Fdi Maria Teresa Bellucci: il tema potrebbe vedere schierarsi M5s e centrosinistra da un lato, Lega e centrodestra dall’altro. Poi potrebbe aprirsi il fronte al Senato, dove i pentastellati hanno annunciato le loro proposte di legge per la legalizzazione dell’uso e della vendita della cannabis e dei suoi derivati. Salvini mette una pietra tombale sull’argomento: “Non passerà mai”. I M5s per ora non replicano, ma ammettono: che il tema sia fuori dal contratto è un ostacolo “serissimo”.

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